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10/01/25
DIAFRAMMA
DRUSO, VIA ANTONIO LOCATELLI 17 - RANICA (BG)
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No, tranquilli: Avatarium non è il nome di un Pokemon ma si tratta di una band tutta nuova che suona un gran bel doom! Come mai questi emeriti sconosciuti hanno già un contratto con la Nuclear Blast? Fortuna o l’aver sfornato il disco del secolo? Nessuna delle due: dietro il monicker si cela gente come Leif Edling (Candlemass), Marcus Jidell (Evergrey, Royal Hunt), Carl Westholm (Jupiter Society, Carp Tree) e Lars Skold (Tiamat). Al microfono aggiungiamo la splendida voce di Jennie-Ann Smith e il gioco è fatto! Tutti i sette pezzi che costituiscono l’album sono ovviamente stati composti dal buon Leif, il risultato soddisfa ed è decisamente convincente. Non è ai livelli stratosferici di quel recente capolavoro che risponde al nome di III - He Who Sleeps Amongst the Stars dei Krux, ma si difende comunque in maniera egregia.
Aprono le danze i quasi nove minuti di Moonhorse ed è subito un indescrivibile highlight: dopo una breve intro distorta e massiccia si passa all’acustico e Jennie-Ann tesse una trama al limite della perfezione. La melodia è sognante, onirica e sa d’altri tempi; ha della ninna nanna circondata da un doom roccioso e lugubre, l’effetto è meraviglioso e tiene l’ascoltatore incollato alle casse invogliandolo a coglierne ogni sfumatura. Al minuto 3.16 ecco una variazione tanto inaspettata quanto efficace: il riffing si fa potente e l’assolo è solido e ben congegnato. La ripresa della cantante è anche qui proiettata verso vette stellari; si riprende poi ben presto la strofa portante che viene seguita da un secondo ponte non meno ispirato del primo. Il cantato si rivela anche in questo frangente poderoso e la traccia si conclude in maniera epica e potente. È un inizio magniloquente e di altissimo livello. Pandora’s Egg è aperta da una chitarra acustica sorretta molto presto dal resto della band: ci manteniamo decisamente sui livelli dell’opener e le emozioni vengono regalate a profusione. Stupisce la scelta di mantenere la tastiera troppo lontana rispetto al resto degli strumenti, rendendola non facilmente percepibile; per il resto ovviamente parliamo di una produzione superlativa che cattura e regala all’ascoltatore ogni singola nota suonata in modo cristallino e ben definito. Il sound qui è molto settantiano e sfoggia buone dissonanze nel ritornello, che si rivela ficcante e oscuro al punto giusto. Col ponte si accelera e l’assolo arriva puntuale come un orologio svizzero: ben suonato e ben amalgamato al resto, si rivela funzionale e non sfoggiante sbrodoli a 620 bpm. In un lampo si ritorna alla strofa ed è d’obbligo citare il passaggio che, sebbene sia drastico, viene eseguito e reso con una naturalezza disarmante. La ripresa del ritornello chiude il tutto, seguita da un breve intermezzo acustico. Veniamo ora alla titletrack, che si dispiega in tutti i suoi otto minuti di durata. Il minutaggio delle tracce è piuttosto alto, si va da cinque minuti in su, ma non disperate: il disco non non annoia praticamente mai. L’unico difetto che si può cogliere è un’eccessiva ripetitività delle strutture, ma sono dettagli ampiamente colmati dall’ottimo songwriting. La traccia si apre con uno dei riff più azzeccati del lotto: una serie di accordi taglienti come un rasoio e dal giusto piglio evocativo, presto seguiti da un break acustico che ci accompagna verso la strofa. Il ritornello è distorto e mantenuto su tonalità alte; la parola Avatarium viene ripetuta in lontananza offrendo un buon risultato. La struttura si ripete arrivando ad essere spezzata da un assolo di chitarra e da un conseguente giro di basso; si riprende un’altra fase solistica che viene presto interrotta bruscamente, appena prima del ritorno al riff portante, che decreta un’ultima porzione cantata prima della conclusione. Boneflower è uno dei pezzi migliori del disco, composta solo da quattro accordi. A volte il nostro genere preferito ci regala perle di essenzialità che è giusto godere e assaporare in tutta la loro bellezza. Niente da eccepire quindi su questa canzone, che scorre lineare, fluida e riesce ad emozionare con un comparto tecnico bassissimo, il che prova che la grande musica è generata dal talento, non dall’accademia. Bird Of Prey non aggiunge e non toglie niente all’economia del disco; si inizia qui a intravedere un barlume di già sentito, ci si mantiene su buoni livelli che però avrebbero goduto di maggior respiro se contornati da un’accelerazione o una variazione sui temi generali. Tides Of Telepathy ha un inizio di solo rullante che porta la mente al ben più famoso Bolero di Ravel. L’introduzione dura purtroppo poco e lascia spazio a un buon doom sempre egregiamente interpretato da Jennie-Ann; il ritornello è facilmente assimilabile ed è ottimamente sostenuto dalla chitarra prima aperta poi stoppata. Non è un gran che il ponte che riprende l’inizio e sfocia in un andante con brio semi-acustico che sembra vagamente incollato e poco incline al contesto del pezzo. L’assolo di chitarra è veramente ben fatto e accompagna l’ascoltatore sfumando la conclusione della traccia. Lady In The Lamp ha il compito di chiudere l’opera, pratica eseguita in maniera decisamente esaltante: la voce di Jennie-Ann intona una linea melodica fantastica e sognante, risultano inutili anche gli strumenti di accompagnamento in questo frangente, l’attenzione è totalmente focalizzata sulla bionda vocalist. Si tratta di una di quelle canzoni in cui non si vorrebbe mai intravedere una fine; il crescendo è reso alla perfezione e l’assolo è centrato e altamente sentito. È inevitabile poi il riascolto in maniera compulsiva di un album che inizia benissimo, procede bene e finisce col botto.
Il monicker Avatarium inizia la sua carriera in maniera buona e competitiva, proponendo un doom abbastanza classico che non mancherà di certo di soddisfare pienamente chi in un certo senso si sente orfano dei Candlemass. Ovviamente le differenze stilistiche ci sono e sono piuttosto marcate, a partire dall’approccio canoro, per approdare a stilemi più ariosi e meno funerei. È un buon disco, non c’è nulla da dire; tranne i difetti già citati, si rivela un ascolto piacevole e cresce ad ogni passaggio. Se siete amanti di queste sonorità e del modo di comporre di Leif Edling allora fatelo vostro, non vi deluderà di certo; in caso contrario dategli comunque un’opportunità: qui ci sono belle canzoni, tra cui ce ne sono un paio veramente stratosferiche.
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Album molto bello anche per me,forse mezzo gradino sotto al suo successore,ma con una track di chiusura da lacrime agli occhi. |
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Bellissimo album che beneficia della bravura di Jennie-Ann Smith, almeno in studio, dotatissima. Moonhorse, Boneflower e Lady in the lamp da brividi. Concordo con chi sostiene che lo schema sia un po' ripetitivo, ma trovo che il fascino del cd consista proprio in questo. Aspettiamo il secondo album per vedere se e come si evolvono (sebbene il genere non lasci particolari margini...). Voto 85 |
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bello , gran voce e ottimi assoli. voto 75. |
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La componente anni 70 del disco per me e' poco percepibile innanzitutto per l 'uso delle tastiere alquanto sbiadite per non dire inesistenti, poi i cambi di tempo risultano forzati per la ripetitività delle composizioni. Questo disco poteva diventare con l 'utilizzo intelligente del organo e dei sintetizzatori il sabbath bloody sabbath contemporaneo. Il Doom dark di oggi deve per forza guardarsi in dietro ma deve anche aprirsi a realtà differenti e il coraggio di usare anche strumenti non convenzionali al genere come violino e violoncello. Questo disco comunque molto dignitoso spero sii l 'inizio di un nuovo corso. Ribadisco però che mi e ' piaciuto. Scusate |
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Ps... vogliamo parlare dell'assolo in 'Lady in the Lamp'??? Da brividi |
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Bellissimo e secondo me la voce femminile ci sta a pennello, tra l'altro con un bellissimo timbro naturale che non rincorre alcuna velleità operistica e interpreta alla grande. Assolutamente da avere, complimenti a Leif Edling, sempre più master of doom. |
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Disco gradevole, niente di nuovo, peccato per l'insopportabile voce femminile. |
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Cipicchia ho visto la formazione, in pratica sono i candlemass sotto mentite spoglie i 3/5 della band hanno fatto parte della storica band, dovrò ascoltare assolutamente il disco . |
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se li mettevano di spalla al tour dei b sabbath ,che spettacolo.Gran bel disco doom |
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@Flag of Hate: relativo un corno, non sto parlando della qualità di EDM, ma delle qualità canore di Lanquist. Come cantante Lanquist è inferiore a Marcolin, Lowe, Leven e Vikstrom per tecnica, estensione e fiato. Poi se preferisci il suo timbro è un altro discorso. |
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@Punto Omega: tutto relativo, EDM senza di lui non sarebbe EDM e, senza nulla togliere a Marcolin, non avrebbe sfigurato neppure negli altri, anzi... |
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Tralasciando il ruolo storico in Epicus Doomicus Metallicus, Lanquist è lungi dall'essere annoverato fra i migliori cantanti dei Candlemass. |
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Nella top 3 dei dischi doom dell'anno 2013 senza dubbio! Suvvia non facciamo i talebani del metal con frasi del genere"Langquist qualsiasi alla voce, secondo me avrebbe reso di più" la voce è strepitosa e dona quella particolarità/freschezza in più. |
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Uno dei dischi più belli degli ultimi anni. Nient'altro da aggiungere. Ascoltatevi le tracce su youtube e concorderete... |
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Ottimo album che chiude alla grande un anno eccezionale per le doom produzioni al femminile... A differenza di Waste ho apprezzato moltissimo Bird of Prey, ma sul resto della rece concordo in pieno, fino all'apoteosi finale di Lady in the Lamp, pezzo notturnissimo per palati fini e con un assolone finale da brividi (verissimo, sarebbe dovuto durare molto di più.....). Il voto è sempre un particolare, ma qualcosa che inizia con "8" penso glielo si possa concedere... |
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Thanks Punto Omega. Ascolterò le band da te citate, che poi vengono appunto anche nominate in recensione. Il pianeta Doom lo conosco cosi cosi. |
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A scanso di equivoci III dei Krux è uno dei dischi doom migliori di tutti i tempi. Ritengo comunque qusto Avatarium superiore, quindi fate vobis. |
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Sarà che adoro qualsiasi cosa fatta da Edling e sono di parte, ma questa è la sua opera migliore degli ultimi anni, persino al disco dei Candlemass con Mats Leven alla voce, tale III He Who Sleeps Amongst the Stars (qualcuno mi ha detto che si tratta di un disco dei Krux, ma fa lo stesso). Disco che qualsiasi amante del Doom deve possedere (e gli altri anche). |
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Blackout ,mannaggia a te e ai tuoi Yveltal... |
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Cazzus, interessante. M'ispira |
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Con un Langquist qualsiasi alla voce, secondo me avrebbe reso di più. Disco apprezzabile e ben fatto, ma preferisco Yveltal. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Moonhorse 2. Pandora’s Egg 3. Avatarium 4. Boneflower 5. Bird Of Prey 6. Tides Of Telepathy 7. Lady In The Lamp
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Line Up
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Jennie-Ann Smith (Voce) Marcus Jidell (Chitarra) Carl Westholm (Tastiera, Synth) Leif Edling (Basso) Lars Skold (Batteria)
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