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05/04/25
CULT OF FIRE + THE GREAT OLD ONES + CARONTE
REVOLVER CLUB, VIA JOHN FITZGERALD KENNEDY 39 - SAN DONÀ DI PIAVE (VE)
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Fever Tree - Another Time Another Place
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23/02/2025
( 1743 letture )
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La storia del Rock letteralmente straborda di band dal grand talento che, per un motivo o per l’altro, sono rimaste nelle retrovie, senza mai riuscire a raggiungere l’agognato successo. Un destino amaro, specie se per un qualche periodo, al contrario, la cosa sembrava davvero alla portata. Gli esempi sono talmente tanti che voler fare un elenco già di per sé sarebbe cosa improba e ingiusta per i dimenticati, figuriamoci se volessimo tentare una sorta di classifica di merito. Allo scribacchino, non resta che tentare di quando in quando di catturare l’attenzione del lettore proponendo qualcosa, nella speranza che, almeno a posteriori, qualcuno riscopra quella dimenticata gloria. I texani Fever Tree, da Houston, nascono come folk rock band nella seconda metà degli anni Sessanta e trovano il nome definitivo con l’arrivo di Rob Landes, polistrumentista che ne cambierà l’impronta musicale, aggiungendo elementi di pregio negli arrangiamenti. Il calderone musicale dell’epoca e la particolare vena psichedelica propria del Texas porteranno attenzione delle case discografiche e, dopo un primo singolo con Mainstream, il gruppo si accaserà con la Uni Records, sussidiaria della MCA. Trovato nei coniugi Holzman una coppia ideale di produttori e compositori e forti di un trio come quello composto dal cantante Dennis Keller, dal chitarrista Michael Knust e dal citato Landes, i Nostri lanciano il proprio debutto nel 1968, con l’ottimo novantunesimo posto toccato nella classifica Billboard dal celeberrimo singolo San Francisco Girls (Return of the Native), tutt’oggi la loro canzone più conosciuta e celebrata. In realtà, il disco conteneva spunti di grande spessore in tutta la sua lunghezza, ma si sa, il destino dei gruppi rimasti nell’ombra è quello di essere ricordati per gli episodi.
Forti di questo ottimo riscontro, i Fever Tree tentarono il colpo grosso: il trasferimento in California. In realtà, confermato il duo compositivo e produttivo degli Holzman, il gruppo dovette fare i conti con un successo forte soprattutto in Gran Bretagna e con un generale malcontento della fan base, non solo per lo spostamento, ma soprattutto per l’evidente ammorbidimento dei suoni del debutto rispetto alle esibizioni dal vivo, decisamente più rockeggianti. La peculiarità dei Fever Tree, almeno su disco, infatti, è il coacervo tra psichedelia, proto-hard rock, folk, baroque pop, con ampi e stratificati arrangiamenti che prevedono strumenti a fiato e a corda, con innesti di musica classica che anticipano il progressive a venire. Una scelta in qualche modo avanti rispetto ai tempi, che non a tutti piacque e che, in qualche maniera, condizionerà il secondo disco, Another Time Another Place. Il tentativo del gruppo sarà, infatti, quello di mantenere le caratteristiche del primo album, che d’altra parte aveva venduto bene, ma di recuperare un po’ di pesantezza e aggressività, sulla scia di quello che anche altre band dell’epoca (e citiamo gli Iron Butterfly e i Vanilla Fudge) stavano facendo, in un contesto nel quale i campioni di vendita erano ancora i celeberrimi gruppi della Summer of Love. Un approccio che viene messo subito in chiaro, con un messaggio diretto ai fan già dalla prima traccia: Man Who Paints the Pictures-Part II è, infatti, un rifacimento del brano contenuto nel debutto ed è un suo quasi totale stravolgimento: rallentata, minacciosa, asciugata dalla sua componente psichedelica, la canzone diventa un blues cadenzato ed esasperato, sul quale Landes anticipa Jon Lord e Keller spinge al massimo la sua bellissima timbrica baritonale, mentre Knust impreziosisce con i suoi soli e i riff la trama, spingendo poi nella seconda a una quasi totale improvvisazione la traccia. Un inizio particolarmente oscuro, che trova poi anche nelle successive Don’t Come Crying To Me Girl e, ancor di più, Grand Candy Young Sweet, ulteriori evoluzioni. Molto più rilassata e divertente la boogie What Time Did You Say It Is In Salt Lake City?, rock da saloon, verrebbe da dire. Particolare anche la versione della celeberrima Fever, anch’essa guidata dal basso e resa sorniona e bluesy, con un ottimo assolo del solito Knust, per una resa non imprescindibile, ma comunque torrida. La seconda parte del disco è quella invece più sperimentale e nella quale vengono riprese le atmosfere del primo, aperta dalla strumentale Jokes Are For Sad People, nella quale Landes torna protagonista e, con lui, arrangiamenti stratificati e ricercati. I’ve Never Seen Evergreen è un folk guidato dall’acustica e dal flauto che cerca di rinnovare la magia di Unlock My Door contenuta nel primo disco, riuscendoci in buona parte, con un Knust anche cantante che, ai più attenti, ricorderà e non poco l’approccio di Lee Dorrian nei Cathedral di oltre vent’anni dopo, per pezzi similari. Molto bella ed evocativa anche la seguente Peace of Mind, che conferma l’approccio sostanzialmente acustico, con stavolta l’organo di Landes a guidare la liturgia e una maggiore dinamica, data anche dal sempre valido E. E. Wolfe III al basso, con accelerazioni e rallentamenti dominati da Keller e da Knust. Chiusura col botto con Death Is the Dancer: introduzione psichedelica, irruzione di batteria e basso, ritmo galoppante e refrain da urlo, con flauto e tessiture della ritmica, in un balletto evocato dal titolo, tragico e doloroso al tempo stesso.
Disco figlio del suo tempo e contemporaneamente derivativo e anticipatore di quello che sarebbe venuto, Another Time Another Place ottenne in realtà una posizione migliore in classifica del più famoso e celebrato predecessore, arrampicandosi fino alla ottantatreesima posizione di Billboard, ma risulta nel complesso leggermente inferiore. C’è naturalmente chi lo preferisce, proprio per la vena più pesante e oscura e certo anche qua non mancano i brani di livello, come interpretazioni di alto spessore. Purtroppo per i Fever Tree, come anticipato, questa nuova versione della band non riuscirà a produrre un singolo capace di ripetere il successo di San Francisco Girls (Return of the Native) e il trasferimento non porterà particolari risultati, anche se la fama di ottima band dal vivo resterà immutata. Tanto che crescerà sempre più il disappunto per non essere mai riusciti a trasferire quest’energia su disco, col risultato che i rapporti con i coniugi Holzman si guasteranno, rompendosi definitivamente con il terzo album, che anch’esso troverà posto nella classifica generale, senza produrre singoli di successo, sancendo di fatto la fine del gruppo, con un quarto album nato praticamente morto e lo scioglimento che arriverà poco dopo, con l’inevitabile reunion post anni 2000 guidata da Knust. Una stagione breve quella dei Fever Tree, aperta da grandi aspettative poi sempre più ridimensionate, che ne sanciranno il declino e l’oblio. Un destino amaro, per un gruppo dall’evidente talento, che poteva aspirare a risultati ben superiori. Non una meteora, perché non si può definire tale un gruppo che ha pubblicato quattro dischi, ma certamente un gruppo che la Storia ha relegato alle seconde, se non terze file e che pure, ascoltato oggi, non sembra poi sfigurare così tanto accanto ai Mostri sacri del genere, fatte le dovute proporzioni.
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Man Who Paints the Pictures – Part II 2. What Time Did You Say It Is In Salt Lake City? 3. Don’t Come Crying to Me Girl 4. Fever 5. Grand Candy Young Sweet 6. Jokes Are For Sad People 7. I’ve Never Seen Evergreen 8. Peace of Mind 9. Death Is the Dancer
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Line Up
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Dennis Keller (Voce) Michael Knust (Chitarra, Voce su traccia 7) Rob Landes (Piano, Organo, Flauto, Basso, Clavinet, Clavicembalo, Violoncello) E. E. Wolfe III (Basso) John Tuttle (Batteria, Percussioni)
Musicisti Ospiti David Angel (Corni e strumenti a corda) Gene Page (Corni e strumenti a corda)
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RECENSIONI |
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