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05/04/25
Mantras for Peaceful Death over Europe
Revolver Club - San Donà di Piave
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Electric Wizard - Electric Wizard
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16/09/2017
( 3522 letture )
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Credo non ci sia bisogno di presentazioni per gli Electric Wizard, band punta di diamante dello stoner doom moderno che, grazie una manciata di album a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, è riuscita a diventare una delle più rappresentative realtà di questo genere estremo. La musica dei britannici è sempre stata molto personale e criptica, se non addirittura stordente ed immancabilmente drogata. Si è distinta, soprattutto nel loro terzo album Dopethrone, per i ritmi lenti e catacombali, così come per la distorsione delle chitarre e dei bassi al limite dell’umana sopportazione. Tuttavia e badate, non è una critica, ma più semplicemente una constatazione, le cose non sono sempre andate così. Gli Electric Wizard infatti sono stati protagonisti di una costante evoluzione sonora, sempre coerente, traendo spunto principalmente dal suono dei Black Sabbath, per poi virare su territori sonori sempre più personali e asfittici. Oggi andremo a sviscerare la loro opera prima, omonima al monicker della band e punto d’inizio fondamentale per capire il percorso intrapreso dai i nostri.
Electric Wizard, primo parto della mente strafatta di Jus Oborn e compagni è semplicemente un buon album di debutto, decisamente debitore dei Black Sabbath in ogni aspetto, a cominciare dal monicker stesso della band coniato prendendo due titoli di due canzoni scritte da Ozzy e co. (nello specifico Electric Funeral e The Wizard). Per carità, le potenzialità ci sono ed emergeranno nel tempo e soprattutto nei successivi due album, ma è bene dirlo, il principale difetto di questo debutto è l’eccessivo tributo sonoro seguito da un songwriting ancora parzialmente acerbo. Per farsi un’idea di come suona Electric Wizard, basterebbe prendere l’iniziale e granitica Stone Magnet: un vero e proprio macigno di riff ribassati e distorti, suonati con un’attitudine marcia, ponendo soprattutto l’enfasi su ritmi lenti e pachidermici. Anche la successiva Mourning Prayer non si discosta molto dalla precedente, poiché costruita su riff e grassi, soffocanti ed ossessivi nel loro ripetersi senza sosta. Si cambia decisamente atmosfera con Mountains of Mars, tra chitarre dense di flanger, effetti liquidi e psichedelici, una batteria minimale e un basso avvolgente che amalgama il tutto. Questa è forse uno dei primi embrioni di stoner doom della band, in cui i nostri giocano con gli effetti, con risultati riusciti e spaziali. Certo, gli Electric Wizard si distingueranno poi per le distorsioni e il lavoro sul feedback delle amplificazioni, però qui abbiamo un assaggio delle capacità compositive del gruppo, anche se su sonorità differenti dal canone a cui ci hanno abituato. Il tour de force continua monolitico e irrefrenabile, con Behemot, pachidermica nella prima metà del brano, poi più cupa e dai fraseggi rarefatti, almeno fino all’assolo di Oborn, per poi ritornare sui binari iniziali della song. La doppietta costituita da Devil’s Bride e Black Butterfly approfondiscono un aspetto che diventerà caratterizzante nell’immaginario appartenente agli Electric Wizard: la passione per le tematiche horror, da sempre grande fonte di ispirazione per la band, che negli anni userà soprattutto in sede live per creare fondali e un’iconografia inquietante da accompagnare con la musica. Musicalmente siamo sempre sui soliti territori sonori, dove regnano i ritmi pachidermici e il riffing stordente. Solo Black Butterfly si discosta lievemente, con una cavalcata nel finale che spezza l’andamento generale del platter, portando una ventata di aria fresca al tutto. La titletrack, omonima della band, se spogliata di tutta la distorsione e l’accordatura ribassata, è un blues marcio e psichedelico, dove la voce di Jus Oborn regna ipnotica, alternandosi tra assoli di chitarra densi di effetti e linee di basso distorte, che si ritagliano brevi sprazzi solisti. Come da manuale questa è una traccia lunga, ipnotica e stordente e ben rappresenta il primo lavoro in studio della band inglese, lasciando intravedere gli sviluppi futuri del loro personalissimo sound. Chiude il disco la brevissima campionatura di Wodeen Pipe, un outro appena percettibile, visti i suoi otto secondi scarsi di durata.
Il primo disco omonimo degli Electric Wizard è fondamentale per capire il punto d’inizio della carriera dei britannici, anche se non è un capolavoro. Come detto già ad inizio recensione, i nostri, pur avendo ampiamente dimostrato conoscenza della materia stoner doom, suonano ancora un po’ acerbi e troppo legati all’influenza dei conterranei Black Sabbath. Tuttavia in diversi punti del disco e nelle singole tracce ci sono sempre passaggi interessanti, dei veri e propri messaggi anticipatori di quel suono mostruoso ed iperamplificato che li caratterizzerà in futuro. Un’ultima curiosità, per chi si volesse procurare il disco: Electric Wizard è stato ristampato come doppio CD insieme al secondo disco Come My Fanatics….
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4
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esordio in sordina ma di ottimo livello compositivo.
purtroppo per me paga il prezzo di una produzione troppo pulita rispetto ai classici degli EW. voto 65 |
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3
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Ci trovo anche qualche affinità con il sound dei Saint Vitus. A me che piace questo tipo di sound, il disco piace molto. Chiaro, non è qui che si trovano gli EW più innovativi, ma ho sentito altre grandi band che hanno esordito con dischi peggiori, questo non è assolutamente un brutto disco. |
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2
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Ottimo debutto, che fa la sua porca figura anche dopo tutti questi anni. Sarà un pò derivativo ma le canzoni ci sono. Voto un pò basso, almeno un 75 ci stava. |
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1
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Un buon inizio, ancora poco a fuoco e ancora molto legato al doom stoner, la band ancora deve gettarsi nello sludge fangoso che prenderà piede da lì a poco già col secondo album per poi raggiungere la piena maturità del genere con il gigantesco Dopothrone |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Stone Magnet 2. Mourning Prayer 3. Mountains of Mars 4. Behemoth 5. Devil’s Bride 6. Black Butterfly 7. Electric Wizard 8. Wooden Pipe
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Line Up
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Jus Oborn (Voce, Chitarra) Tim Bagshaw (Basso) Mark Greening (Batteria)
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